Italia: tra politica fiscale e crescita di lungo periodo

Le recenti news di politica domestica hanno aumentato la volatilità dei mercati. L’apprensione dei grandi investitori è comprensibile alla luce della forte incertezza manifestatasi nel breve periodo. In questo articolo Alessandro Tentori, CIO di AXA IM Italia, analizza la traiettoria tendenziale del paese, lasciando da parte per un istante le mille giravolte dei corridoi di Montecitorio.

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La crescita è un tasto dolente

La crescita potenziale è uno dei gravi problemi che affliggono l’Italia da tempo. In base alle recenti stime della Commissione Europea, il potenziale di crescita Italiano si attesta al +0.3% nel 2019. Si nota una evidente lacuna rispetto alla crescita potenziale dell’Eurozona (+1.3%), nonché quella dei singoli paesi come Francia (+1.2%), Germania (+1.5%) e Spagna (+1.4%). Inoltre, va anche notato come la differenza tra crescita attuale e crescita potenziale (in gergo si parla di “output gap”), sia molto più marcata negli Stati Uniti e nella media del G7, che in Eurozona. Riassumendo, l’Italia ha un potenziale di crescita del PIL relativamente modesto e si colloca in un contesto economico tendenziale che di per sé è meno vibrante rispetto alla media dei paesi industrializzati. 

Fonte: FMI.

Fonte: Eurostat.
  

Sorge spontanea la domanda sulle cause di questo “ritardo economico” dell’Italia. Come evidenziato in passato, a nostro avviso le cause maggiori sono due: 1) La mancanza cronica e strutturale di investimenti. Per esempio, gli investimenti totalizzano il 24% del PIL in Francia, mentre in Italia siamo appena sotto il 19%. Ovviamente, l’effetto cumulato su decenni si ripercuote sul potenziale di crescita del PIL; 2) L’organizzazione industriale dell’Italia, che per scelte politiche e industriali fatte nei decenni passati non è in grado di essere competitiva in una economia globalizzata. 

 

L’ambiguità del deficit di bilancio

L’attenzione quasi maniacale di Bruxelles ai conti pubblici Italiani ha una ragione tecnica ben precisa: Con un debito pubblico al 134% del PIL e una crescita potenziale molto vicina allo zero, il rischio di insostenibilità nel lungo periodo non è da sottovalutare. Anche altri paesi membri dell’Unione navigano vicino alla soglia del 100% di debito/PIL, come la Francia (99.7%) e la Spagna (98.7%) che grazie a politiche fiscali espansive hanno accumulato un decennio di importanti deficit di bilancio. Come si nota dal grafico, dal fallimento di Lehman Bros l’Italia è un paese fiscalmente virtuoso se paragonata a Francia, Stati Uniti, Giappone e UK. Anche la Cina ha innescato una marcia fiscale in più negli ultimi cinque anni, per contrastare gli effetti negativi di una necessaria ristrutturazione della sua economia. 


Fonte: Bloomberg.

 

In conclusione

La politica economica di un paese dovrebbe avere uno scopo solo: Posizionare l’economia sullo scacchiere internazionale del lungo periodo, in modo da favorire la crescita sostenibile e il mantenimento del potere d’acquisto della valuta. Purtroppo, l’analisi tendenziale evidenzia come decenni di scelte politico-economiche da parte dei vari governi che si sono succeduti a Roma, non abbiano contribuito ad aumentare il potenziale di crescita dell’Italia. Dal nostro punto di vista non possiamo non sottolineare l’inefficienza di una combinazione di crescita modesta e debito pubblico a livelli relativamente sostenuti. In questo contesto, il recente richiamo di Mario Draghi a un ruolo primario della politica fiscale potrebbe rivelarsi come un boomerang: In assenza di un forte stimolo monetario, la politica fiscale dell’Unione potrebbe molto presto sbattere contro i limiti del Patto di Stabilità. Questo scenario vale non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi dell’Eurozona.