Saranno i populismi (e il protezionismo) a innescare una recessione globale?

Populismo e protezionismo. Dagli Stati Uniti di Trump all’Europa e in particolare alla Gran Bretagna di Brexit e all’Italia, ma anche a Ungheria e Polonia, oltre che al Sudamerica: l’ascesa globale dei populismi e il ritorno del protezionismo stanno mettendo i bastoni tra le ruote al commercio globale, avviando una fase di “deglobalizzazione".

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Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2019 gli scambi mondiali di beni e servizi potrebbero frenare la loro crescita a un 2,6% contro il 3% messo a segno l’anno scorso e il 4,7% del 2017. In pratica quindi la crescita del commercio mondiale si è quasi dimezzata in appena due anni.

 

Figura1: Commercio e Pil mondiale dal 2011 al 2020

 

Fonte: Organizzazione mondiale del commercio (per il 2019 e il 2020 si tratta di stime)

 

Ma il rallentamento degli scambi commerciali è stato solo uno dei due fenomeni di lungo periodo generati dalla crisi del 2008. L’altro è rappresentato dall’indebolimento delle democrazie liberali e dall’ascesa di leader populisti, come Donald Trump o Viktor Orban. Secondo Francis Fukuyama, il politologo ed economista autore del celebre saggio “La fine della storia”, si tratta di politici che «rivendicano un legame diretto e carismatico col popolo, il quale conferirebbe loro una legittimazione speciale. Rappresentano una sfida per la democrazia, perché questi leader tendono a essere anti-istituzionali: si oppongono a magistratura, media e in generale a ogni istituzione di controllo e bilanciamento dei poteri che trovano sulla loro strada».

Da una parte abbiamo quindi la “deglobalizzazione”, dall’altra i populismi. Due fenomeni in realtà secondo Fukuyama collegati. «C’è infatti una base economica per il populismo: l’insofferenza per la globalizzazione che ha creato disuguaglianza e perdita di posti di lavoro». Ma esiste anche una dimensione culturale, continua l’economista statunitense, rappresentata dal rapido mutamento sociale prodotto dall’immigrazione, che viene avvertita come minaccia alle identità nazionali e causa della perdita di status e influenza.

 

Figura 2: I Paesi europei governati da partiti o movimenti populisti

 

Fonte: Bloomberg

Quanto sono destinati a pesare i populismi sull’economia mondiale e quanto rischiano di accelerare la fine di questo lunghissimo ciclo di espansione, portandoci in zona recessione? «Trattandosi di un fenomeno di portata potenzialmente secolare, è molto difficile trarre delle conclusioni dopo solo pochi decenni», spiega Alessandro Tentori, Chief Investment Officier di AXA Investment Managers Italia.

Una recessione economica è comunque un evento “normale”, quasi necessario nel contesto del modello economico capitalista, dove le aspettative e i target di profitto si scontrano con l’incertezza, continua Tentori. «L’intensità di una recessione, invece, è una funzione della struttura dei bilanci aziendali, cioè della sproporzione tra entrate variabili e passività fisse. A mio avviso, il fenomeno del “populismo” può innescare una recessione, specialmente se l’evento politico sfocia in un conflitto, ma non ha un peso determinante sull’intensità di una recessione».

"A mio avviso, il fenomeno del “populismo” può innescare una recessione, specialmente se l’evento politico sfocia in un conflitto, ma non ha un peso determinante sull’intensità di una recessione."

Alessandro Tentori, CIO di AXA IM Italia

Anche la frenata del commercio mondiale contribuisce a rallentare l’economia. «Una recente analisi della Bce suggerisce una deviazione della crescita globale di un punto percentuale dalla stima di base - sottolinea ancora Tentori - cioè un Pil globale che scende da un 3,5% atteso al 2,5% nel prossimo biennio. Questo scenario risulta da una combinazione negativa di scambi commerciali e di sentiment globale. Detto ciò, rimane uno spiraglio di ottimismo legato alle elezioni presidenziali del 2020: il presidente Trump potrebbe non avere un forte incentivo a sperimentare schemi commerciali “innovativi”».

Diamo infine uno sguardo all’Italia, dove da oltre un anno è al Governo una coalizione di partiti e movimenti populisti: avrà un influsso negativo sulla crescita dell’economia tricolore? «Lasciamo da parte il discorso politico per concentrarci sull’unico tema importante per il futuro del nostro Paese: la crescita potenziale - sottolinea Tentori - . L’economia italiana ha un potenziale di crescita stimato dalla Commissione europea a +0,7% per il biennio 2019/2020, non lontano dalla media di +0,5% degli ultimi venti anni, ma purtroppo in grave ritardo rispetto alla media dell’Eurozona (+1,6%)».

Diversi sono i fattori che determinano questo risultato, spiega ancora Tentori, dalla demografia agli investimenti in ricerca e sviluppo, dall’organizzazione industriale del Paese fino all’alto livello del debito pubblico, che potrebbe rappresentare un serio freno alla crescita economica nei prossimi anni. «Indipendentemente dal colore politico, ogni Governo in carica dovrebbe lavorare sui fattori elencati sopra - conclude il Chief Investment Officier di AXA IM Italia - in modo da garantire una traiettoria sostenibile del debito pubblico italiano».