Come avviare una startup lavorando a tempo pieno

I giovani professionisti che diversificano le loro attività hanno più chance di arrivare ai piani alti. 

Tempo di lettura: 7 minuti

 

Sappiamo com’è oggi il mondo del lavoro: lunghe ore alla scrivania, un basso salario e nessuna sicurezza. Puoi lavorare come un matto 60 ore a settimana per anni per poi essere licenziato in tronco. In un ambiente così spietato è difficile mantenere la lucidità, ma come si fa veramente carriera se si hanno ambizioni? Fino a solo 20 anni fa, il percorso era semplice. I dirigenti guidavano i dipendenti nel loro iter professionale, e questi lavoravano sodo finché non veniva offerta loro una promozione. Chi lavorava di più, otteneva i maggiori risultati. C’era persino chi trascorreva l’intera carriera presso la stessa azienda, ed era comune la scalata dai ruoli più umili fino a quello di amministratore delegato. Oggi invece, secondo un rapporto di LinkedIn del 2016, un americano cambia mediamente lavoro 15 volte. Per diventare dirigenti d’azienda non si segue più un percorso lineare: è un po’ come scalare un albero contorto, a ogni ramo si aggiunge una competenza che servirà ad arrivare in cima.

“Il moderno percorso professionale è caratterizzato da molti alti e bassi”, spiega Elisabeth Kelan, professore di leadership e organizzazione presso l’Università dell’Essex nel Regno Unito e autrice di “Rising Stars: Developing Millennial Women as Leaders”. “Non si tratta più di individuare la carriera che durerà per il resto della propria vita, ma di capire cosa si potrebbe fare nei prossimi anni e cosa si potrebbe imparare”. In effetti, è una nuova interpretazione del concetto di carriera. Primo, bisogna attraversare una serie di esperienze lavorative della durata di tre o cinque anni che ci daranno competenze diverse e che potremo mettere in pratica in molteplici settori, aggiunge Kelan. L’obiettivo di ogni fase lavorativa è di trovare un ruolo che ci permetta di arricchire le competenze che ci serviranno in un determinato settore”, spiega l’autrice. “Non ci si può fermare mai”. Un modo per conseguire tale obiettivo è chiedere di passare a un altro ufficio o dipartimento, nel proprio Paese o all’estero. Un’altra strada è quella di cambiare spesso posto di lavoro. Una terza strategia consiste nell’intraprendere progetti o attività collaterali che non sono necessariamente correlati alla nostra occupazione a tempo pieno. Dallo sviluppo di software al giardinaggio, fino alla gestione di un’organizzazione no profit, queste attività extracurriculari ci aiuteranno a migliorare altre competenze che ci renderanno più interessanti agli occhi dei datori di lavoro. Naturalmente è fondamentale assicurarsi di avere il tempo necessario a perseguire quest’attività collaterale. Avere tempo per se stessi, sia per lavorare ad altri progetti che per ricaricare le batterie, è fondamentale per avere successo. Molti datori di lavoro sanno che questa flessibilità fa bene anche all’azienda, in termini di lealtà e produttività. È una libertà d’azione che bisogna però negoziare con attenzione.

Brigette Muller, 31 anni, social media specialist presso Etsy, lavora dalle 10 alle 18. La sera gestisce il suo negozio Etsy e un canale sui social media che promuove uno stile di vita intuitivo e la riduzione dei rifiuti (ha 24.500 follower). In precedenza, la Muller gestiva i social media per il marchio di abbigliamento Free People, che prevedeva il monitoraggio continuo, 24 ore su 24, di diversi account online. Quindi era difficile gestire altri progetti al di fuori di quest’occupazione. Il lavoro ad Etsy, con un orario fisso, le ha invece consentito di crearsi la sua audience e di avviare anche delle collaborazioni con i marchi. Tali progetti collaterali sono diventati un modo essenziale per i giovani professionisti per differenziarsi nel posto di lavoro tradizionale, dichiara Nathalie Molina Niño, autrice del manuale professionale Leapfrog: The New Revolution for Women Entrepreneurs. “Uno dei termini più ricorrenti negli annunci di lavoro è imprenditoriale,” dice. “Il fatto di aver imparato il marketing e l’assistenza clienti attraverso un’attività collaterale non va tenuto nascosto. Ti rende un candidato più appetibile.” Un altro modo per distinguersi è di sviluppare competenze specifiche che serviranno per raggiungere il prossimo obiettivo. La Niño, prima investitrice e poi scrittrice, ha conseguito un master in drammaturgia perché voleva imparare l’arte dello storytelling. “Bisogna individuare prima di tutto le competenze di cui si ha bisogno e, secondariamente, capire dove trovarle”, aggiunge.

"Meglio non diventare indispensabili. Ed è anche meglio non sviluppare una lealtà eccessiva nei confronti di un team o di un datore di lavoro perché c’è il rischio di sentirsi in colpa quando si presenta l’occasione di lasciare l’azienda."

Sally Helgesen
Leadership coach e coautrice di How Women Rise

Rasheed Sulaiman, 35 anni, è il vicepresidente della divisione prodotto e creativa di LockerDome, una piattaforma pubblicitaria in cui ha lavorato per sette anni. Negli anni ha preso in considerazione altri lavori, ma ha scelto di restare con la sua start-up. “Non sono in molti coloro che iniziano a lavorare per una start-up con l’intenzione di restare fino alla pensione,” dice con ironia. Ma, come nel caso di Muller, il suo lavoro gli dà il tempo necessario per gestire una serie di progetti collaterali. Sulaiman ha fondato oppure è partner di una web app, una convention di scarpe da ginnastica, una società di prodotti per la cura dei capelli e un marchio di abbigliamento. In futuro vorrebbe avviare una sua azienda. “Questi progetti mi consentono di ampliare le competenze, nonché di saggiare il terreno per capire se quello che sto imparando qui mi servirà nella mia prossima fase professionale.”

Un progetto collaterale può anche essere la cura per un malessere comune a molti dipendenti con un curriculum di studi eccellente, ovvero quello di privilegiare il posto di lavoro alla carriera. Sally Helgesen, leadership coach e coautrice di How Women Rise, ha raccontato di aver conosciuto un’assistente legale che era diventata così indispensabile per il suo studio che veniva ostacolata ad ogni tentativo di avanzamento di carriera. “Tutti nello studio legale si rivolgevano a lei per le sue memorie, ma non credevano che potesse fare di più,” ha aggiunto Helgesen. “Meglio non diventare indispensabili. Ed è anche meglio non sviluppare una lealtà eccessiva nei confronti di un team o di un datore di lavoro perché c’è il rischio di sentirsi in colpa quando si presenta l’occasione di lasciare l’azienda.”

"Seguite l’esempio di coloro che fanno il lavoro che vorreste fare."

Lindsey Pollak
Esperta in questioni generazionali sul lavoro e autrice di The Remix: How to Lead and Succeed in the Multigenerational Workplace

Assicurarsi che l’azienda conceda il tempo e l’opportunità di ampliare gli orizzonti non solo è positivo per il proprio benessere, ma lo è anche per la carriera. È meglio iniziare a pensare a progetti collaterali sin dall’inizio. Durante il colloquio per un posto di lavoro, se non è chiaro quali saranno gli orari richiesti o se l’azienda è flessibile con permessi e vacanze, meglio prendere informazioni per tempo. Certo, non è la prima domanda da fare al vostro futuro capo, consiglia Lindsey Pollak, esperta in questioni generazionali sul lavoro e autrice di The Remix: How to Lead and Succeed in the Multigenerational Workplace. Imparate a conoscere i vostri interlocutori, aggiunge Pollak. “Seguite l’esempio di coloro che fanno il lavoro che vorreste fare. Com’è il loro equilibrio tra lavoro e vita privata? Potrete scoprire per esempio che iniziano a lavorare presto la mattina, ma poi fanno un’ora di pausa per andare in palestra.”

“Nel giro di sei mesi avrete un’idea piuttosto chiara di come si comportano gli altri e potrete avanzare anche le vostre richieste”, conclude. Questa finestra di sei mesi vi dà inoltre il tempo di dimostrare le vostre competenze e di dedicarvi agli obiettivi aziendali, in modo da incontrare meno resistenza quando sarete voi a chiedere più flessibilità. La flessibilità sul posto di lavoro si può esprimere in diversi modi, attraverso orari di lavoro non tradizionali (per esempio concentrare 40 ore di lavoro in soli 4 giorni), oppure lavorando da casa.

Lisa Renée Adams, 35 anni, coordina la divisione Medicare e compliance per Sedgwick, gestore rischi e prestazioni in campo assicurativo a Chicago. Dopo qualche anno di esperienza, Lisa ha iniziato a lavorare da casa. Viaggia ancora per incontrare i clienti, ma in misura molto limitata, e solitamente gestisce tutto tramite telefono. “È stato un passaggio graduale e ora la mia agenda è molto flessibile”, racconta. I datori di lavoro in gamba, ovvero le società con cui vorrete lavorare a lungo, comprenderanno i vantaggi a lungo termine derivanti da tale flessibilità. “I dirigenti della mia azienda mi danno molta fiducia,” aggiunge. Tale approccio ha rafforzato il suo impegno nei confronti dell’azienda e le ha consentito di crescere nel lungo periodo.

"È importante pianificare delle pause, un periodo sabbatico, un viaggio, oppure un momento per concentrarsi di più sulla famiglia o fare nuove esperienze da poter mettere a frutto al rientro al lavoro."

Elisabeth Kelan
Professore di leadership e organizzazione presso l’Università dell’Essex nel Regno Unito e autrice di Rising Stars: Developing Millennial Women as Leaders

Oltre a trovare tempo per altre attività, Elisabeth Kelan dice che i datori di lavoro più saggi sapranno accogliere le richieste di maggior tempo libero, come accumulare diverse settimane di vacanza per prendersi un periodo di assenza più lungo. In effetti, il vostro capo potrebbe comprendere perfettamente per quale motivo chiedete del tempo per voi. Lungo un percorso professionale che può durare fino a 60 anni, le ferie prolungate diventeranno sempre più comuni. Blake Irving, CEO di GoDaddy, si è concesso un anno di ferie per girare il mondo con la sua famiglia, e il CEO di Popeyes, Cheryl Bachelder, ha preso due periodi di pausa di tre anni, in momenti diversi, da dedicare ai suoi figli e ai suoi genitori. “È importante pianificare delle pause, un periodo sabbatico, un viaggio, oppure un momento per concentrarsi di più sulla famiglia o fare nuove esperienze da poter mettere a frutto al rientro al lavoro,” spiega Elisabeth Kelan. “Molti datori di lavoro sono aperti a quest’idea.”  

 

Scopri di più: Prepararsi alla vecchiaia: quando riprendere a lavorare da pensionati?

Contenuto a cura di: