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Affideresti il nonno a un robot? Storie di anziani soli e social robot

Umanoidi, cuccioli di foca, a lampada: qualunque sia la loro forma, i piccoli social robot progettati per interagire con gli anziani si sono dimostrati molto utili. Soprattutto con persone sole e affette da demenza senile. A volte diventando, durante l’isolamento legato alla pandemia, i loro migliori amici

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Si chiama Paro, ha le fattezze di un tenero cucciolo di foca e di mestiere fa il social robot. Ovvero è stato progettato per tenere compagnia agli anziani soli, in particolare quelli affetti da demenza senile. Paro è stato creato in dieci anni di lavoro nel Paese che più è interessato dall’invecchiamento della popolazione: il Giappone. Tokyo stima che entro il 2025 potrebbe avere bisogno di oltre 300mila badanti in più. Introvabili, visto che le porte del Sol Levante sono da sempre sostanzialmente chiuse all’immigrazione. Non restano allora che le macchine.

Paro è uno dei social robot più famosi: sviluppato in dieci anni di lavoro dal National Institute of Advanced Industrial Science and Technology grazie a 20 milioni di dollari stanziati dal Governo nipponico, è approdato sul mercato nel 2004 con un discreto successo. Pur a fronte di un costo unitario non indifferente (circa seimila dollari per i privati, un po’ meno per le case di riposo) ne sono stati venduti circa cinquemila in tutto il mondo, Europa compresa.

Ha doppi processori, tre microfoni, dodici sensori tattili che ne coprono la pelliccia, baffi sensibili al tocco e un sistema di motori che muovono silenziosamente gli arti e il corpo. Il suo inventore, Takanori Shibata, lo ha progettato per cercare il contatto visivo, riconoscere i volti, rispondere alle carezze e memorizzare azioni che generano reazioni favorevoli. Paro rappresenta un argine a solitudine, depressione, ansia e ipertensione, riducendo l’uso di medicinali. Con alcuni pazienti affetti da demenza senile e Alzheimer ha avuto effetti miracolosi: Sandra Petersen, docente di scienze infermieristiche all’Università del Texas-Tyler, ha riferito di un’anziana che appena ha abbracciato Paro gli ha sussurrato «Ti amo». La paziente non parlava da otto anni. Altre ricerche empiriche hanno dimostrato che la piccola foca meccanica giapponese aiuta la socializzazione tra anziani ma anche fra nonni e nipoti.

 

Una possibile soluzione per l’assistenza agli anziani in epoca di distanziamento sociale

Paro è uno dei più famosi social robot, ma non è certo l’unico. C’è per esempio l’antropomorfa Zora, alta 57 centimetri e pesante appena 5,7 kg, creata dalla società belga Zora Bots. Controllata a distanza da un operatore sanitario via tablet, la robottina fa amicizia con gli ospiti delle case di riposo giocando con loro, ballando, leggendo libri o giornali, oppure rispondendo alle loro domande. Meno umanoide ma forse più spiritoso è l’israeliano ElliQ, social robot a forma di lampada con un tablet a fianco: interagisce con gli anziani tenendoli impegnati con giochi, barzellette, video didattici e altro. Poi ci sono SanTO, che legge brani della Bibbia, e Pepper, la robottina umanoide di Softbank che intrattiene gli anziani parlando e ballando.

Ma questo è solo l’inizio. La lista dei social robots, già affollata, è destinata ad allungarsi ancora nei prossimi anni. Con le sue esigenze di distanziamento sociale, la pandemia ha infatti accelerato in tutto il mondo la crescita già impetuosa della robotica. Secondo le stime dell’IFR (International Federation of Robotics), quella dell’assistenza ad anziani e disabili rappresenta una piccola nicchia ma in rapida espansione, con un giro d’affari destinato a crescere del 17% a quota 91 milioni di dollari (e l’Italia in prima fila nel progettare nuovi modelli per la terza età). Mentre il più ampio comparto dei robot medicali ormai pesa per il 47% del fatturato totale della robotica professionale, a quota 5,3 miliardi di dollari, che potrebbero più che raddoppiare a 11,3 miliardi entro l’anno prossimo.

 

 

Fonte: sondaggio Pew Research Center

 

L'aspetto etico dell’interazione uomo-macchina

L’utilità dei social robot per anziani soli e case di riposo è ormai dimostrata scientificamente, anche se varia a seconda di singoli individui, culture e tipi di automi. Resta però un grande interrogativo etico di fondo, legato al rapporto tra uomo e macchina. Il rischio concreto, sollevato da scienziati e filosofi, è che l’anziano consideri la compagnia di un robot superiore a quella di una persona in carne e ossa. In fondo una macchina è sempre a tua disposizione, non si stanca mai, non giudica e non ha momenti di rabbia o di sconforto. Durante l’isolamento sociale imposto dal coronavirus alcuni anziani hanno anzi dichiarato che proprio i social robot sono i loro migliori amici. Questo anche se in teoria le macchine dovrebbero facilitare e amplificare le interazioni umane, non cancellarle.

Sulle colonne di Forbes il designer Rob Girling, specializzato in progetti tecnologici, ha sottolineato come il profondo legame tra chi si occupa di persone bisognose e chi viene curato rappresenti l’essenza dell’esperienza umana. I robot dovrebbero essere visti non come qualcosa che ci libera dal compito dell’assistenza agli anziani, ma che ci permette di aiutarli meglio, amplificando i rapporti tra esseri umani e non annullandoli. Una sfida che va vinta attraverso la ricerca e lo sviluppo di tecnologie che non dimentichino l’aspetto etico del rapporto uomo-macchina. In fondo, come scrisse lo psicologo statunitense Burrhus Frederic Skinner, il vero problema non è se le macchine sappiano pensare, ma se gli uomini lo facciano.

 

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