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Nel post-coronavirus Internet superveloce diventa un “diritto umano”: il punto sui ritardi italiani e perché essere ottimisti per il futuro

La pandemia ha messo in luce la lentezza del nostro Paese nel dotarsi di infrastrutture di banda ultralarga. Ma la situazione è destinata a cambiare grazie ai corposi finanziamenti varati dalla Commissione Ue per la transizione digitale dell’Europa

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Il 5 luglio 2012, oltre sette anni prima della comparsa del coronavirus, una risoluzione approvata all’unanimità dalle Nazioni Unite aveva dichiarato l’accesso a internet un “diritto umano”, esattamente come nel lontano 1948 era stato per la vita, la libertà e la sicurezza della persona. L’Onu ha ragione: le infrastrutture informatiche sono strategiche sotto molti aspetti. La controprova è arrivata nei mesi di lockdown, quando nelle aree d’Italia con la peggior copertura internet lo smart working o la scuola a distanza si sono rivelati più problematici del previsto. La pandemia ha insomma messo a nudo i ritardi del nostro Paese: secondo i dati Agcom dell’ottobre 2019, il 5% degli italiani è  completamente escluso dalle connessioni Adsl di base e il 35% non è coperto da rete ultraveloce, ovvero fibra ottica, pari ad almeno 100 Megabit per secondo.

Stando alla recentissima classifica Desi 2020 (Digital Economy and Social Index) della Commissione Ue, l’Italia si trova in 17ma posizione in Europa per connettività, con la percentuale di famiglie che ha accesso alla banda ultralarga salita l’anno scorso dal 9% al 13%, contro il 26% della media Ue e il 21% della Germania. Ma ci sono aree in cui i ritardi del nostro Paese sono ben più allarmanti, come il “capitale umano”, ovvero le competenze digitali, per le quali siamo finiti addirittura in ultima posizione.

Ma vediamo più in dettaglio luci e ombre dell’Italia sul fronte connettività, dove la classifica è dominata da Danimarca e Svezia. Per quanto riguarda quella che lo studio definisce la copertura di base (quindi l’Adsl) l’Italia non sfigura, con una copertura complessiva del 99,5%. I nodi iniziano ad arrivare al pettine quando però si passa alla banda larga veloce (NGA, almeno 30 Mbps), dove vengono raggiunte il 90% delle famiglie ma scivoliamo in 14ma posizione per la non soddisfacente copertura nelle zone rurali. E’ tuttavia in termini di banda ultralarga, ovvero fibra ottica (almeno 100 Mbps), che secondo il Digital Economy and Social Index fatichiamo di più, arrancando al 25° posto in Europa. Brilliamo invece in terza posizione nell’indicatore sulla preparazione per il 5G, il nuovo standard tecnologico di rete mobile, in cui l’Italia resta saldamente nel gruppo di testa assieme a Finlandia, Germania e Ungheria.

 

Nel nostro Paese quindi il digital divide, ossia il divario di accesso a internet, ha sfumature differenti. E’ molto ridotto quello di primo livello - relativo all’Adsl - che di fatto oscilla tra meno dell’1% delle case nella classifica Desi e il 5,6% della popolazione per i più dettagliati dati Agcom. Ma il digital divide di secondo livello, quello sulla banda larga veloce, varia invece a seconda delle rilevazioni tra il 20% e quasi il 40%. Il digital divide di terzo livello, legato alla fibra, vede poi “scoperta” la maggior parte del Paese, tra il 65% e il 75% a seconda delle stime.

Per colmare questi ritardi nel marzo 2015, con un budget iniziale di 2,5 miliardi di euro, venne varato dal Governo Renzi l’ambizioso programma banda ultralarga. L’obiettivo era raggiungere entro il 2020 con reti ultralarghe (almeno 100 Mbps) l’85% della popolazione italiana e con banda larga veloce (almeno 30 Mbps) il restante 15% dei cittadini, comprese le aree in cui le compagnie di telecomunicazioni investono solo se arriva un aiuto pubblico, perché senza sussidi rischiano di perdere soldi. I finanziamenti alla fine sono lievitati intorno a tre miliardi di euro, di cui quasi la metà in fondi europei. Ad aggiudicarsi le tre gare è stata Open Fiber, partecipata al 50% da Enel e Cassa depositi e prestiti, che sta realizzando la cablatura e ha ottenuto una concessione ventennale. I lavori però procedono a rilento: secondo il ministero dello Sviluppo Economico, sarebbero stati completati solo in 424 comuni su 6237.

Durante l’emergenza del virus un primo passo da parte di Palazzo Chigi, e in particolare del Comitato per la diffusione della banda ultralarga (Cobul), è stato lo sblocco di 200 milioni di euro in voucher quinquennali per cablare gratuitamente in fibra 40mila scuole italiane. I finanziamenti, in realtà, fanno parte di un pacchetto di 1,7 miliardi di euro già stanziati dalla Ue come incentivi alla connessione, per sostenere una domanda di fibra che - almeno prima del coronavirus - non era particolarmente forte. Quanto al programma banda ultralarga del 2015, il Governo ha cercato di mettere sotto pressione Open Fiber per accelerare i tempi, ma è difficile che i cablaggi vengano ultimati prima del 2023, quindi con tre anni di ritardo sulla tabella di marcia originale.

Bisogna però guardare al futuro con ottimismo. Se da una parte il coronavirus ha messo a nudo i ritardi dell’Italia nella costruzione di moderne infrastrutture informatiche (con l’importante eccezione del 5G), dall’altra ha portato l’Europa a una risposta senza precedenti. Il piano Next Generation Ue, varato ufficialmente a maggio dalla Commissione, mette a disposizione enormi risorse finanziarie per la transizione «verso un’Europa verde e digitale, che resta la sfida principale per questa generazione», come ha scritto l’Esecutivo comunitario. In particolare, parte dei fondi della “Recovery and resilience facility” da 560 miliardi di euro sono destinati proprio a progetti di digitalizzazione, mentre la nuova “Strategic investment facility” punta attraverso incentivi a generare nel settore ICT investimenti privati per 150 miliardi di euro. Una pioggia di denaro che aiuterà l’Italia a colmare i suoi gap digitali.

 

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