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Sei cose da sapere sull’economia dell’idrogeno pulito (e perché l’Europa ci scommette)

Bruxelles ha varato un piano ambizioso per integrare il proprio sistema energetico nel nome di idrogeno e fonti rinnovabili, che dovrebbero aiutare l’Europa a diventare “carbon free” entro il 2050. Ecco quello che accadrà nel prossimo trentennio.

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Lo aveva scritto Jules Verne nel lontano 1874, lo ha confermato più di un secolo dopo (nel 2002) Jeremy Rifkin: l’idrogeno giocherà un ruolo fondamentale nella transizione verso un’energia pulita e sostenibile. La Commissione Ue ci crede fortemente e sta per investire enormi risorse finanziarie nella sua ambiziosa “Strategia europea per l’idrogeno”, varata lo scorso luglio, che tra l’altro prevede entro il 2024 l’installazione di almeno sei gigawatt di elettrolizzatori e la produzione di un milione di tonnellate di idrogeno pulito, destinati a salire rispettivamente ad almeno 40 gigawatt e dieci milioni di tonnellate entro il 2030. Ma come si articola la strategia europea?

 

1. L’integrazione del sistema energetico europeo

L’obiettivo di un’Europa a impatto zero entro il 2050 passa necessariamente da una profonda trasformazione del sistema energetico, responsabile di tre quarti delle emissioni di gas serra. La parola chiave qui è “integrazione”. Oggi il modello Ue è infatti costruito a compartimenti stagni: ogni diverso settore (trasporti, industria, edilizia e così via) rappresenta una storia a sé con differenti normative, catene del valore e operazioni. Uno spreco enorme. E’ quindi indispensabile pianificare e gestire l’intero sistema europeo nel suo insieme, collegando infrastrutture, produzione e consumi in modo trasversale. Non è certo un caso che Bruxelles abbia varato la sua “Strategia per l’idrogeno” in parallelo alla fondamentale “Strategia per l’integrazione del sistema energetico”: una rete flessibile e interconnessa sarà infatti in grado di combattere il climate change ma anche di ridurre drasticamente i costi per cittadini e imprese. Qualche esempio? Le nostre case possono essere riscaldate dal calore generato da impianti industriali, mentre l’energia dei pannelli solari sui nostri tetti può ricaricare le auto elettriche, con le fabbriche che invece si alimentano grazie alla green energy prodotta da impianti eolici offshore. E così via.

 

2. I vantaggi dell’idrogeno: zero emissioni

Ma vediamo perché in tutto questo l’idrogeno è così importante. I motivi principali sono tre: è innanzitutto un’arma preziosa nella lotta al climate change poiché negli usi finali ha emissioni zero - in particolare per trasporti, chimica e siderurgia - ma soprattutto perché può essere prodotto con procedure decarbonizzate (è il caso di quello “verde”) o con emissioni limitate (l’idrogeno “blu”, che prevede lo scorporo e la cattura della CO2, destinata poi a essere stoccata). Più in dettaglio, l’idrogeno verde può essere generato attraverso elettrolisi da fonti rinnovabili e quello blu da un processo di raffineria da fonti fossili, in particolare gas naturale. L’idrogeno infatti in natura non esiste in forma libera, ma deve essere estratto da altri composti che lo contengono.

 

Fonte: International Energy Agency (2018)

 

3. Stoccaggio e integrazione con le rinnovabili

Il secondo vantaggio dell’idrogeno è che può essere immagazzinato, in modo da compensare la variabilità dei flussi delle rinnovabili (che dipendono da fattori meteo non programmabili come il sole o il vento). L’energia solare, eolica o idroelettrica può in altre parole essere convertita in idrogeno e stoccata in enormi serbatoi.

 

4. Facilità di trasporto

Il terzo grande vantaggio è che l’idrogeno si può trasportare senza problemi attraverso la rete già esistente di distribuzione del gas naturale: in questo modo non solo si riescono a collegare le aree di produzione con quelle di consumo, quindi offerta e domanda, ma si abbassa anche il costo della fornitura (pur garantendo la sicurezza dell’approvvigionamento).

 

5. Il nodo prezzi

Oggi però circa tre quarti dell’idrogeno è “grigio”, ovvero prodotto utilizzando fonti fossili con notevoli emissioni di CO2 (circa 830 milioni di tonnellate l’anno secondo l’International Energy Agency). Questo perché i costi di produzione delle varianti “blu” e “verde” restano ancora elevati, anche se l’innovazione tecnologica combinata all’aumento delle rinnovabili è destinata a rendere i prezzi competitivi in pochi anni. L’International Energy Agency stima che il costo dell’idrogeno generato da rinnovabili scenda del 30% entro il 2030.

 

6. La sfida della trasformazione energetica

La partita dell’economia a idrogeno è colossale. Secondo Bruxelles, nel 2050 solo in Europa gli investimenti cumulativi nel settore potrebbero oscillare tra i 180 e i 470 miliardi di euro. Ma oggi lo sviluppo della variante “verde” è solo ai primi passi: nel breve e nel medio periodo serve anche la “blu”, in modo da sostenere la creazione di un mercato redditizio. Per la trasformazione energetica la Commissione Ue vuole agire su diversi piani. Sono previste una pianificazione infrastrutturale e un forte sostegno finanziario (anche per l’innovazione tecnologica), oltre alla revisione delle normative, ad agevolazioni fiscali, alla riforma della governance del mercato e a una graduale eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili. Fondamentale è anche la costituzione dei grandi partenariati strategici che stanno prendendo forma in alcuni Paesi europei. E’ il caso della Norvegia, dove una joint venture tra Sunfire, Climeworks, Paul Wurth e Valinor sta costruendo il primo impianto di combustibili a zero emissioni per l’aviazione, prodotti con rinnovabili. Oppure della Danimarca, dove le società chiave del mondo dei trasporti e dell’energia (a partire dal leader mondiale dello shipping Maersk) hanno unito le forze per creare una maxicentrale di combustibili green. C’è davvero molto lavoro da fare: non resta che rimboccarsi le maniche.

 

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