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Perché il declino demografico europeo si combatte riducendo il gender gap

E’ una maggior partecipazione femminile al mercato del lavoro la chiave per affrontare il calo della popolazione (e della produttività) europea.  Le economie più equilibrate tra generi crescono meglio di quelle solo “maschili”, avverte il Fondo Monetario Internazionale. Ecco i dati e la strategia di Bruxelles per contrastare il gender gap.

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Invecchiamento della popolazione e calo della natalità: queste le due grandi sfide demografiche che rischiano di svuotare l’Europa, relegandola in secondo piano rispetto a potenze geopolitiche come gli Stati Uniti o la Cina. Il primo approfondito studio della Commissione Ue sulla demografia europea ("The Impact of Demographic Change"), pubblicato di recente, ricorda come senza flussi di immigrazione il Vecchio continente avrebbe già iniziato a spopolarsi. Dal 2012 il numero dei nuovi nati è infatti inferiore a quello dei decessi, ma il punto di svolta è previsto intorno al 2025, quando la popolazione Ue secondo le stime di Bruxelles arriverà a 449 milioni, per poi iniziare un lento declino che la porterà a 424 milioni entro il 2070.

La crisi demografica è una delle grandi spade di Damocle che pendono sul futuro dell’Europa: il pericolo è quello di un suo declino economico e produttivo, con la dispersione della prosperità accumulata in decenni (e del relativo benessere). Il nodo centrale è costituito dalla produttività, che deve aumentare per contrastare l’inevitabile calo della popolazione. In che modo? Secondo la Commissione Ue va allargato e reso più efficiente il mercato del lavoro. Questo implica una miglior istruzione (più focalizzata sulle discipline tecnico-scientifiche), efficaci processi di formazione continua, ma soprattutto la riduzione di un gender gap che rappresenta ancora una realtà preoccupante, soprattutto nell’Europa meridionale e orientale.

 

Fonte: Eurostat

 

Italia tra i peggiori paesi Ue per gender gap occupazionale

Per combattere il declino demografico «migliorare l’occupazione femminile è un fattore di importanza cruciale», si legge nel report della Commissione, così come è indispensabile cercare di reinserire pensionati e senior nel mondo del lavoro. Nel 2019 all’interno della Ue il gender gap lavorativo - la differenza tra la percentuale di occupati maschi e femmine tra i 20 e i 64 anni - si attestava all’11,7% medio, con i risultati migliori in Lituania (1,6%) e Finlandia (2,7%), quelli peggiori in Italia (19,6%), Grecia (20%) e Malta (20,7%).

Lo studio di Bruxelles sottolinea peraltro come molte delle donne che lavorano lo fanno a tempo parziale: sempre nel 2019 circa il 30% delle lavoratrici era a part-time, percentuale quattro volte superiore a quella degli uomini. Una situazione di marginalizzazione che è peggiorata durante la pandemia, quando per esigenze di protezione dal contagio «la gestione di anziani, disabili e bambini è stata riorganizzata privatamente ed è ricaduta sulle spalle delle donne», sottolinea il report. Il problema è stato accentuato dall’inadeguatezza del welfare pubblico e dalla scarsa flessibilità del sistema lavorativo di alcuni Stati membri.

Il cuore del problema, spiega lo studio, è la riconciliazione tra lavoro e vita familiare: nel 2019 il tasso di occupazione medio delle madri con bambini di età inferiore ai sei anni era meno del 14% rispetto a quello delle donne senza figli. Senza contare che esiste anche un divario salariale, il “gender pay gap”, che in media nell’Unione europea sfiora il 25%. Tutti problemi che Bruxelles cercherà di risolvere con la sua “EU Gender Equality Strategy 2020/2025”, un piano d’azione mirato alle pari opportunità, che tra i primi obiettivi mira a introdurre norme vincolanti sulla trasparenza salariale.

 

Benefici economici da una riduzione del gap di genere

Rispetto al resto del mondo, l’Europa parte comunque da una buona posizione: un gender gap lavorativo medio dell’11,7% è inferiore rispetto a quello per esempio del Giappone (14,7%), per non parlare di Paesi come la Turchia (38,8%). Come ha sottolineato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, «l’Unione europea è all’avanguardia nel mondo per la parità di genere perché 14 tra i primi 20 Paesi al mondo sono Stati membri Ue». Ma i progressi purtroppo non sono inevitabili né irreversibili: «il divario di genere si sta colmando nel campo dell’istruzione, ma è ancora presente nel mondo del lavoro e a livello di retribuzioni, assistenza, poteri e pensioni».

I benefici economici della chiusura del gender gap sarebbero enormi. Uno studio del Fondo Monetario Internazionale (“Closing the Gender Gap”) ricorda come su una potenziale popolazione lavorativa globale di cinque miliardi di persone, la partecipazione femminile al mondo produttivo sia solo pari al 50%, contro l’80% di quella maschile. Chiudere il gender gap farebbe balzare in alto il Pil dei Paesi sviluppati del 10%, stima il Fmi, e addirittura del 30% per Sudest asiatico, Medio Oriente e Nordafrica. E non è solo una questione di quantità della popolazione lavorativa, ma anche di qualità. Come ha dimostrato un altro studio del Fondo monetario (“Economic Gains From Gender Inclusion: New Mechanisms, New Evidence”), le donne tendono ad essere più prudenti e meno competitive degli uomini: di conseguenza le aziende con consigli d’amministrazione equilibrati hanno in genere migliori performance di quelle squilibrate sulla componente maschile, soprattutto in campo tecnologico e in generale nella knowledge economy.

 

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