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Smart working e “modello 15 minuti”: come il nuovo lavoro ci aiuterà a ripensare le città

Tra innovazione e tradizione, le imprese si interrogano sull’organizzazione del lavoro post-pandemica. Lo smart working è destinato almeno in parte a restare: da qui potrebbe partire un profondo ripensamento dell’ufficio, che diventa soprattutto importante per la socializzazione e la collaborazione, e degli spazi urbanistici (con Parigi possibile battistrada).

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Immaginiamo un futuro in cui il coronavirus sia diventato solo un ricordo: come sarà cambiata, in quello scenario, la “geografia” del lavoro e di conseguenza delle città? Rispondere non è semplice, perché il mondo corporate appare ancora diviso sul futuro dello smart working.

Da una parte abbiamo il partito del telelavoro, di cui è per esempio orgoglioso alfiere Tobi Lütke, ceo del colosso dell’e-commerce Shopify: «la centralità dell’ufficio è finita», ha proclamato su Twitter, aggiungendo che dopo il Covid «la maggior parte dei dipendenti lavorerà per sempre da remoto». Oltreoceano il colosso dello streaming Spotify ha annunciato la sua politica “Work From Anywhere”, offrendo ai dipendenti la possibilità di lavorare da casa, in ufficio o in versione ibrida. Mentre Deloitte in Gran Bretagna ha annunciato lo smart working permanente per 20mila dipendenti.

Dall’altra parte della barricata abbiamo invece le imprese più prudenti (o addirittura scettiche) nell’abbracciare il remote working. A partire proprio dai colossi del digitale. Amazon per esempio ha messo nero su bianco di voler tornare a una cultura ufficio-centrica, perché convinta che «dia la possibilità di inventare, collaborare e imparare assieme in modo più efficace». Microsoft, da parte sua, vuole confermare il remote working per la maggior parte dei profili lavorativi ma su «meno del 50% dell’orario», il che lascia ampi spazi di manovra al ribasso. Mentre Google si sta preparando a tagliare lo stipendio fino al 25% a chi non tornerà in ufficio a pandemia finita. La società di Mountain View ha messo a punto un software (il “Work location tool”) per calcolare la retribuzione dello smart working: parametra lo stipendio al costo della vita e al mercato del lavoro dei luoghi in cui si è scelto di vivere. Anche Facebook e Twitter hanno ridotto lo stipendio ai dipendenti che telelavorano da regioni dove il costo della vita è più basso.

 

La ricetta giusta potrebbe stare nel mezzo

Non è insomma così certo che, a pandemia finita, il telelavoro sostituisca del tutto la centralità del tradizionale ufficio. Le resistenze non mancano. In un’interessante analisi pubblicata di recente sulla Harvard Business Review, Nikodem Szumilo e Thomas Wiegelmann (uno urbanista e l’altro investment manager esperto di immobiliare) hanno sintetizzato con efficacia le due resistenze che, in molte culture aziendali, frenano il remote working a tutto tondo: la supervisione-controllo dal vivo dei dipendenti e le interazioni informali di persona, che dovrebbero favorire la circolazione di idee. Difficile poi per una multinazionale rinunciare al proprio quartier generale, simbolo e orgoglio dell’azienda, come spiega un’analisi del colosso del co-working Regus. Lo dimostrano le foreste di grattacieli che popolano le skyline delle grandi metropoli.

Alleggerire parte degli uffici dalla presenza fisica dei dipendenti presenta però anche molti indiscutibili vantaggi, ribattono Szumilo e Wiegelmann: si riducono i costi aziendali, soprattutto durante una pandemia in cui i proprietari stanno aprendo alla rinegoziazione dei contratto d’affitto, e soprattutto si minimizza l’impatto ambientale di immobili colossali ed energivori. Senza contare l’abbattimento della CO2 legato al mancato pendolarismo di milioni di lavoratori.

Probabilmente la ricetta giusta per molte aziende sta nel mezzo, ragionano gli analisti della Harvard Business Review: far tornare i dipendenti in ufficio, ma solo per due o tre giorni alla settimana. In questo modo si ridurrebbero gli spazi necessari, con un occhio alla qualità e alla sostenibilità piuttosto che alla quantità di metri quadrati. La stessa geografia urbana cambierebbe volto: la necessità di andare in ufficio solo due o tre giorni la settimana anziché cinque sta del resto già mutando il pendolarismo, spingendo i lavoratori in luoghi più lontani dalle città, magari nel verde della campagna.

L’ufficio nell’epoca dello smart working post pandemico potrebbe quindi ritrovarsi vicino non solo e non tanto a metropolitane urbane, ma soprattutto a stazioni ferroviarie di linee ad alta velocità e aeroporti. Avrà meno scrivanie ma più spazi per la socializzazione. Il desk sharing dovrebbe andare per la maggiore perché l’ufficio sarà il luogo dove promuovere creatività e senso di appartenenza.

 

La città cambia

In tutto questo la città potrebbe parzialmente cambiare pelle: meno legata al lavoro e più alla costruzione di un senso di comunità. Le città del Novecento sono state strutturate intorno a un modello di “specializzazione efficiente”: quartieri residenziali, distretti per gli uffici e zone per il divertimento, con le industrie spostate in aree dedicate ultraperiferiche. E’ un modello basato sulla mobilità, che implica il fatto di trascorrere ore incolonnati in auto o schiacciati in metropolitana, e che disperdendo nello spazio le attività della popolazione ha finito per esaltare l’individualismo a scapito del senso di comunità. Di fatto, quindi, il modello novecentesco della “città specializzata” ha prodotto costi ambientali e sociali rilevanti.

Fonte: Nomisma

 

Ora la pandemia ha rimescolato le carte delle nostre città, con una crescita dello smart working che potrebbe rendere davvero realizzabile il “modello 15 minuti” proposto per Parigi da Anne Hildalgo, sindaco della capitale francese: un profondo ripensamento urbanistico che renda possibile il raggiungimento di tutti i servizi importanti in appena un quarto d’ora a piedi o in bicicletta. Con il quartiere che, anziché specializzato, diventa “generalista”: accanto agli spazi residenziali ospita quelli per il lavoro, per la scuola, per il divertimento. Il tutto per esempio con la creazione di piste ciclabili e di nuovi spazi per uffici e coworking, ma anche con l’utilizzo di infrastrutture ed edifici pubblici al di fuori del classico orario di lavoro.

 

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