Inflazione

Solo poco più della metà degli italiani sa dare una corretta definizione dell’inflazione, eppure tutti ne sentiamo gli effetti nella vita quotidiana. Approfondisci cos’è l’inflazione e quale impatto può avere sui nostri investimenti.

 

Sappiamo cos’è?

L’inflazione non è solo l’aumento dei prezzi che l’Istat calcola, per l’Italia, su base mensile, in relazione a un paniere di beni e servizi 1. Non è solo il carovita. L’evoluzione dell’inflazione è un elemento fondamentale di ogni economia, un macro dato di riferimento per le scelte delle banche centrali che operano per incanalarne il percorso.

Vengono pubblicate stime di inflazione per orientare operatori economici e investitori. L’aumento dei prezzi condiziona gli operatori economici (imprenditori, artigiani e commercianti), che possono effettuare scelte più oculate nell’acquisto di materie prime, nella predisposizione di scorte e nel fissare i prevedibili prezzi di vendita. Per la famiglia, il risparmiatore e l’investitore, la presenza o meno di inflazione corrente e prevedibile condiziona le scelte e determina rendimenti nominali (gli interessi riconosciuti a determinate scadenze) o reali. Un tipico esempio di rendimenti nominali è quello delle obbligazioni a tasso fisso, che hanno, in assenza di componenti aggiuntive, un rendimento predefinito che attrae spesso il risparmiatore. Nel corso della vita di un dato titolo o per il tempo in cui verrà detenuto dall’investitore, le cedole incassate periodicamente potranno  essere re-investite, dando vita a un più corretto calcolo di total return (ritorno totale). Quest’ultimo è un rendimento che tiene conto dei flussi di cassa prodotti dall'investimento (cedole, dividendi, altro), oltre che dell’ammontare del capitale che sarà ottenuto alla scadenza. Il risultato è generalmente espresso in percentuale annua per facilitare i confronti con altri investimenti. Il risparmiatore è invece abituato a ragionare di interessi ricevuti e di capitale restituito.

 

Impatto dell’inflazione sui nostri risparmi

I nostri risparmi e investimenti vengono inevitabilmente erosi dall’aumento dei prezzi. Per questo tutti i risparmiatori temono l’inflazione, che a lungo termine limita il potere d’acquisto in mancanza di alternative su cui investire.

Per fare un esempio, ad una data di riferimento, 10mila euro versati tre anni prima sono ancora 10mila euro, oppure a quell’importo andrebbe applicata una decurtazione che tenga conto dell’accresciuto costo della vita (ad esempio un 3%)? In periodo di inflazione, con gli stessi 10mila euro non si possono comprare più gli stessi beni e servizi che si sarebbero comprati tre anni prima. Per questo è meglio avere come riferimento i rendimenti reali, ovvero quelli al netto dell’inflazione. Succede più raramente, in caso invece di deflazione 2, che il capitale restituito valga di più.

Generalmente, il risparmiatore non percepisce tale differenza ed è portato a sovrastimare il valore dell’interesse lordo percepito. Si concentra poco sul rendimento al netto dell’inflazione o non bada al c.d. “total return”.

 

Gli italiani e l’inflazione

Storicamente gli italiani, con la lira come valuta nazionale, hanno vissuto un’era di inflazione sostenuta. Basti ricordare che dal 1959 al 1999 (quindi fino all’introduzione sul mercato dell’euro, dal 2002 come valuta fisica) il tasso medio annuo è stato del 7,5%, ma dal 1973 al 1984 l’incremento dei prezzi rilevato dal paniere ha superato in media il 15%, quindi con un’ erosione importante del valore della moneta rispetto al valore dei beni acquistabili.

Nello stesso periodo, i titoli di Stato (principalmente i Bot, buoni ordinari del Tesoro) avevano rendimenti a due cifre. In quel caso, l’alto rendimento lordo (il c.d. scarto di emissione) andava a ridimensionare la perdita di valore del capitale dovuta all’inflazione. Nella memoria di molti risparmiatori italiani è rimasto l’interesse nominale e non il rendimento al netto dell’inflazione intervenuta.

Più in generale, ancora nel 2017, secondo una elaborazione Consob su dati Eurisko, la conoscenza di base dell’inflazione era scarsa: solo il 53% degli italiani forniva una indicazione corretta.

 

L’inflazione buona e quella cattiva

Per un lungo periodo di tempo, economisti e banche centrali hanno combattuto l’inflazione perché “cattiva”, in quanto ritenuta una erosione del valore della moneta e della capacità di acquisto. E’ cattiva l’inflazione derivante da improvvisi rialzi nei prezzi delle materie prime, da forti oscillazioni dei prezzi all’origine. Diversamente, l’inflazione diventa “buona” se ben controllata, ove sia frutto di un innalzamento degli stipendi e della capacità di spesa dei cittadini, quindi a vantaggio dell’economia. Quando le banche centrali tengono bassi i tassi di interesse, intendono favorire l’espansione e un basso costo dei mutui e degli investimenti. Una fase di crescita economica trascina l’aumento dei prezzi e delle imprese, che ritrovano margini positivi. La stabilità del lavoro e la crescita dei salari favorisce l’aumento dei consumi delle famiglie. Con i programmi di sostegno la Banca Centrale Europea ha favorito una ripresa nel continente, fissando un target di inflazione al 2%. Quando l’inflazione corre troppo e la crescita diventa disordinata, le banche centrali possono “frenarla” intervenendo al rialzo sui tassi.

 

Proteggersi da impennate di inflazione

Per chi investe denaro a tasso fisso, o accende mutui a tasso variabile, diventa indispensabile tentare di proteggersi da rialzi improvvisi e prolungati dei prezzi. A disposizione dei risparmiatori, con i consigli dei loro consulenti, esistono diversi prodotti che consentono di contenere l’impatto di un innalzamento dei prezzi. Si tratta dei prodotti finanziari c.d. “inflation linked” (collegati all’inflazione, variano l’interesse quando cambia il costo della vita), di vario tipo e di diverso emittente (società che emette titoli).

Nell’universo dei titoli di Stato hanno avuto successo le emissioni di Btp Italia (buoni del tesoro poliennali fino a 8 anni), con cedole variabili e premi fedeltà collegati all’inflazione italiana. Il Btp Italia è un titolo di debito pubblico che segue l’andamento dell’inflazione italiana (è indicizzato). Per il risparmiatore, il rendimento è dato da cedole il cui valore dipende non solo dall’andamento di un tasso predefinito, ma anche dal valore dell’inflazione italiana. In questo modo, si cerca di contrastare la perdita del potere d’acquisto dovuta all’aumento dei prezzi. Altri (Btp€I) sono collegati all’inflazione europea.

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Note

1 L’insieme dei prodotti presi in considerazione e messi sotto osservazione statistica ai fini del calcolo di ciascuno degli indici dei prezzi. Ad ognuno dei prodotti inseriti nel paniere è assegnato un peso proporzionale al grado di importanza che la voce stessa rappresenta nell’ambito dell’aggregato economico di riferimento.
2 Riduzione del livello dei prezzi, associata, di norma, a una flessione accentuata dell’attività economica e dell’occupazione. Differisce dalla disinflazione, che è una politica economica adottata per contenere l’inflazione, senza che ciò debba necessariamente tradursi in una diminuzione dei prezzi. La deflazione può essere molto pericolosa: se la riduzione dei prezzi genera aspettative di una loro ulteriore flessione, imprese e famiglie hanno convenienza a posporre gli acquisti non indispensabili, contribuendo così ad accentuare il declino dell’attività economica e dei prezzi e a innescare una spirale deflazionistica. Il secondo motivo è che la progressiva decrescita dei ricavi e dei redditi monetari compromette la solidità patrimoniale dei debitori, il cui debito è da restituire al valore monetario iniziale. 

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