Il debito pubblico italiano: come, quando e perché è diventato colossale

È un primato che pochi ci invidiano. Secondo il Fondo Monetario Internazionale tra i Paesi sviluppati, l’Italia ha il terzo maggior debito pubblico mondiale in proporzione al Pil, dopo Giappone e Grecia. Alla fine del 2017, ammontava a oltre 2.256 miliardi di euro contro i circa 2.219 del 31 dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 del 2014 (dati: Banca d'Italia). Ma nell’aprile scorso, era già salito a 2.311,7 miliardi: in soli quattro mesi, insomma, il “fardello” che pesa sullo Stato italiano (e quindi sui suoi cittadini) è aumentato di oltre 56 miliardi di euro. Perché non si riesce a ridurre? E che cosa significa tutto questo per le nostre tasche? Andiamo per ordine, e vediamo quando e come è nato il problema dell’indebitamento italiano, che da decenni pende sulle nostre teste come un’affilata spada di Damocle.

 

Come, quando e perché è nato il debito pubblico italiano

Un interessante studio di Roberto Artoni, ex commissario Consob e docente emerito di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano, analizza l’andamento del debito individuando quattro fasi di crescita anomala: si inizia nel 1897, con la crisi economica di fine Ottocento, quando raggiunse il 117% del Pil, e si continua in occasione delle due guerre mondiali. Nel primo dopoguerra, in particolare, l’enorme debito contratto per lo sforzo bellico toccò il 160% del Pil, a livelli non lontani da quelli attuali della Grecia.

 

Figura 1: Debito delle Amministrazione pubbliche (in percentuale del PIL)

Fonte: Banca d’Italia, QEF n. 31, Il debito pubblico italiano dall’Unità a oggi. Una ricostruzione della serie storica, di Maura Francese e Angelo Pace, ottobre 2008

 

Nelle prime tre occasioni, inflazione e parziali ristrutturazioni del debito hanno contribuito a riportare la situazione sotto controllo, come mostra il grafico qui sopra: nel secondo dopoguerra il debito italiano era precipitato poco al di sopra del 20% del Pil. Ancora nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresceva in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito/Pil era al 33%.

 

La spesa fuori controllo degli anni Ottanta

Il vero problema arriva negli anni Settanta e soprattutto Ottanta: in vent’anni, tra il 1974 e il 1994, il debito italiano si impenna dal 54,5% al 124,3%, raggiungendo dimensioni enormi (e senza guerre). Come è stato possibile? Negli anni Settanta la crescita italiana inizia a decelerare (dal 5% medio annuo del decennio precedente al 3,4%) ma soprattutto, a causa della crisi petrolifera, esplode l’inflazione. Nel 1975 Governo e Banca d’Italia si accordano sul fatto che venga stampata moneta per acquistare titoli di Stato invenduti: in questo modo il costo dell’aumento del debito “scompare” dai conti pubblici ma si scarica sulla lira, che in soli cinque anni si svaluta del 40% rispetto al dollaro.

Ma quando gli Stati Uniti nel 1981 dichiarano guerra all’inflazione alzando i tassi, l’Italia (come il resto del mondo) è costretta a seguirli senza riuscire più a scaricare sulla lira l’aumento del debito, che inizia a lievitare senza freni, con bilanci chiusi in pesante deficit. Come sottolineava nel 1983 l’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sono "stati introdotti sistemi di intervento pubblico che comportano nel presente, e ancor più nel futuro, spese incompatibili con le più ottimistiche previsioni di crescita, promettendo la distribuzione di un reddito non prodotto e non producibile in tempi brevi". Il debito finisce fuori controllo: dal 60% del Pil nel 1980, finisce al 100% nel 1990, per ritrovarsi a oltre il 124% nel 1994. Da quell’anno per fortuna inizia a scendere, con l’Italia costretta alla disciplina fiscale per cercare di entrare nell’Unione monetaria. Nel 2007 il debito torna per un attimo poco sopra alla soglia del 100% del Pil, ma con la grande crisi del 2008 riprende a crescere. E nessuno riesce a fermarlo.

 

Quali sono i rischi di un alto debito pubblico?

Un alto rapporto tra debito pubblico e Pil, specialmente in Paesi come l’Italia, con bassi tassi di crescita, crea difficoltà nel finanziare la spesa pubblica. Inoltre, in queste condizioni, il rischio di turbolenze sui mercati è più alto. L'Italia è infatti un Paese in declino demografico e da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l’elevato debito drena consistenti risorse. La spesa per pagare gli interessi sul debito è di oltre 60 miliardi di euro all’anno: l’Italia è insomma come un cittadino che ha una rata del mutuo così costosa da far fatica ad arrivare a fine mese. È vero che grazie all’adozione dell’euro la spesa per interessi è molto diminuita (da oltre il 12% del Pil di inizio anni Novanta al 4% del Pil attuale), ma si tratta comunque di cifre enormi sottratte a sanità, istruzione e, in generale, ai servizi al cittadino. Inoltre, i tassi di crescita del Paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore. In un altro articolo, vedremo in dettaglio chi sono i creditori dell’Italia, ossia i soggetti che prestano soldi al nostro Paese per far funzionare sanità, istruzione, sicurezza e in generale ogni tipo di servizio pubblico.

 

Figura 2: Spesa per interessi sul debito in percentuale del Pil

Fonte: dati Banca d’Italia

 

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