Debito: cosa rischia l’Italia da una procedura di infrazione Ue

La prima tappa di quella che potrebbe trasformarsi in una procedura di infrazione di Bruxelles nei confronti dell’Italia potrebbe scattare già mercoledì 21 novembre. I commissari Ue dovranno esprimere il loro parere sui vari bilanci nazionali. L’indisponibilità dell’Italia a rivedere i saldi della sua legge di bilancio (dopo le correzioni chieste dall’esecutivo Ue per la prima volta nella storia) porterà inevitabilmente a indicare una "deviazione significativa" del nostro Paese dagli obiettivi di medio termine. Ma quello sarà solo l’inizio. Il 3 e 4 dicembre si riunirà l’Eurogruppo, il consiglio dei ministri delle Finanze dei 19 Paesi che adottano l’euro, i quali a loro volta dovranno esprimersi sulle opinioni dei commissari Ue. L’Italia al momento appare completamente isolata, con 18 nazioni dell’eurozona (Grecia compresa) compatte nel chiederle un aggiustamento della legge di bilancio.

A quel punto la Commissione dovrebbe notificare all’Italia un nuovo rapporto sull’evoluzione del debito, informando il Consiglio europeo, che valuterebbe l’apertura della procedura per debito o deficit eccessivo. Il Consiglio a sua volta chiederebbe all’Italia di correggere la manovra, dando a Roma sei mesi di tempo (dimezzati a tre nei casi considerati più gravi) .

In caso di rifiuto italiano a correggere i conti, dalla prossima primavera il nostro Paese si troverebbe sotto procedura di infrazione per "deficit eccessivo in relazione alla violazione della regola del debito", qualcosa di completamente inedito. Nel caso infatti la Commissione Ue contesti a Roma la violazione della "regola del debito", sarebbe necessaria una correzione del bilancio pubblico italiano lunga fino a cinque anni, con la politica economica italiana e i progetti di riforme strutturali sottoposti a vigilanza europea trimestrale.

Potrebbero arrivare anche sanzioni. A decidere sarà il Consiglio europeo, all’interno del quale tuttavia potrebbe crearsi un fronte comune di Paesi contrari a punire eccessivamente Roma. Sul fronte sanzioni, Bruxelles ha diverse armi. In primo luogo potrebbe essere richiesta all’Italia un’ammenda compresa tra lo 0,2% e lo 0,5% del Pil, quindi una cifra che potrebbe arrivare fino a 9 miliardi di euro. L’Unione europea potrebbe inoltre invitare il nostro Paese a fornire informazioni dettagliate prima di collocare titoli di Stato, ma anche chiedere alla Banca centrale europea e alla Banca europea degli investimenti di ridurre investimenti e prestiti. Infine Bruxelles potrebbe obbligare Roma a costituire un deposito infruttifero per rientrare nei parametri macroeconomici e saldare le sanzioni economiche.

Procedure d’infrazione aperte dalla Commissione Ue (al 31 dicembre 2017)

Fonte: Servizio legale della Commissione europea

Non sarebbe la prima volta che l’Italia viene sottoposta a procedura di infrazione Ue per squilibri macroeconomici. L’ultimo "cartellino rosso" della Commissione Ue scattò nel 2009 dopo lo sforamento del 3% del rapporto deficit-Pil fissato dai parametri di Maastricht: in quel terribile anno, dopo la crisi finanziaria mondiale innescata dal fallimento di Lehman Brothers, il rapporto deficit-Pil del nostro Paese toccò un picco del 5,5%. Quella procedura venne chiusa nel 2013 anche se la Commissione Ue raccomandò al Governo italiano di allora, guidato da Enrico Letta, di proseguire sul cammino delle riforme strutturali spingendo sulle liberalizzazioni, snellendo la burocrazia, riformando la giustizia civile e soprattutto rendendo più flessibile il mercato del lavoro.

I casi di infrazione Ue per sforamento dei parametri di Maastricht sono comunque molto comuni: la Francia, per esempio, si è ritrovata sotto procedura per deficit eccessivo per ben nove anni, dal 2009 al maggio 2018. E nel 2013, meno di cinque anni dopo la grande crisi, erano ben 20 i Paesi dell’Unione europea sottoposti a procedura. Nella storia dell’eurozona, tra le prime violazioni della regola del deficit/Pil al 3% va ricordata quella, all’epoca clamorosa, contestata nel 2003 a Germania e Francia dalla Commissione Ue guidata da Romano Prodi. Contro le prime due economie europee non venne però aperta una procedura grazie all’appoggio di altri due grandi Stati Ue, la Gran Bretagna allora guidata da Tony Blair e l’Italia governata da Silvio Berlusconi.