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Il trionfo dello smart working durante la pandemia: sei cose da sapere sul futuro del lavoro

Il lockdown ha dato un impulso decisivo al telelavoro anche in Italia: ha accelerato un modello di produttività legato agli obiettivi raggiunti e non al tempo trascorso alla scrivania, aumentando l’autonomia, la responsabilità e la soddisfazione dei dipendenti. Ecco cosa sta accadendo.

Tempo di lettura: 6 minuti

 

Flessibilità. Autonomia. Responsabilità. Sostenibilità. E soprattutto organizzazioni di lavoro moderne e tecnologiche focalizzate sul raggiungimento di obiettivi e non su orari o luoghi fisici. L’emergenza coronavirus ha rappresentato il decollo definitivo dello smart working in un’Italia che, prima del contagio, non brillava a livello europeo nell’adozione del “lavoro agile”. Ma con il lockdown tutto è cambiato in poche settimane, come per la scuola e l’assistenza medica. Vediamo in che modo.

 

1. Che cos’è lo smart working

Va innanzitutto sottolineato come lo smart working vada al di là del semplice concetto di “telelavoro” inteso come “normale prestazione effettuata da casa”. Il telelavoro è inserito in una vera e propria forma contrattuale, con regole abbastanza rigide su orari e strumenti tecnologici, e di fatto tende a ricalcare la tradizionale organizzazione del luogo di lavoro riproponendola “a domicilio”. Invece lo smart working possiede molti più margini di flessibilità e di autonomia, con maggior libertà su orari e luoghi di lavoro. L’obiettivo è aumentare allo stesso tempo sia il benessere che la produttività dei lavoratori, attraverso un più equilibrato rapporto tra lavoro e vita (“work - life balance”). Arrivato in Italia in ritardo rispetto al Nordeuropa o al mondo anglosassone ma finalmente disciplinato con la legge n. 81 del 27 maggio 2017 (non a caso chiamata “legge per il lavoro agile”), lo smart working rappresenta un accordo tra imprese e dipendenti all’interno di un rapporto di lavoro subordinato. L’elemento fondamentale è che ci si focalizza sugli obiettivi raggiunti, non sul tempo trascorso in ufficio.

 

Fonte: Enea. Stime per i lavoratori della Pubblica Amministrazione, anni 2015-18

 

2. Il lavoro “smart” ragiona per obiettivi

A livello normativo lo smart working rappresenta quindi una modalità del rapporto di lavoro subordinato caratterizzata dall’assenza di vincoli temporali o spaziali e da un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita con un accordo tra dipendente e datore. La legge 81/2017 pone l’accento sulla flessibilità, sulla volontarietà dell’accordo tra le parti e sulla parità di trattamento economico e normativo con i dipendenti che lavorano in sede, inclusa la tutela in caso di infortuni e malattie professionali. Per alcune imprese italiane tutto questo rappresenta una rivoluzione culturale importante: anziché in ore di lavoro i datori sono costretti a ragionare in termini di obiettivi, aumentando autonomia e responsabilità dei dipendenti con il risultato di ottenere benessere e soddisfazione, che si traducono in produttività, innovazione e creatività. L’adozione dello smart working, in altre parole, contribuisce ad accelerare il percorso di rinnovamento di imprese private e Pubblica Amministrazione, legato anche alla “digital transformation”. Senza contare la sostenibilità e i benefici per l’ambiente: una ricerca dell’Enea ha quantificato in 8mila le tonnellate di CO2 non emesse grazie al telelavoro nel quadriennio 2014-18 per la sola Pubblica Amministrazione italiana.

 

3. Lo smart working in Italia

Secondo l’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2019 gli “smart worker” in Italia sono balzati a quota 570mila (con un impressionante +20% rispetto all’anno precedente). I risultati sono ottimi: il 76% dei “lavoratori agili” si è dichiarato soddisfatto della sua professione (contro il 55% dei colleghi in sede) e il 33% si è sentito pienamente coinvolto nella realtà in cui opera condividendone valori, obiettivi e priorità (contro il 21% dei lavoratori tradizionali). I “lavoratori agili” sono anche più responsabili e tecnologicamente evoluti nel perseguire gli obiettivi aziendali. Ma mentre la maggior parte delle grandi imprese italiane già l’anno scorso aveva avviato progetti di smart working, traendone enorme beneficio durante l’emergenza coronavirus, più della metà delle Pmi si era mostrata poco interessata al tema, trovandosi poi in difficoltà durante la pandemia. Già in aumento prima del contagio, il lavoro agile all’interno delle Pubbliche Amministrazioni è invece diventato la normalità durante il lockdown, dando una spinta enorme allo smart working pubblico.

 

4. Il confronto europeo prima del coronavirus

Prima della pandemia, l’Italia non rappresentava certo uno dei Paesi più rapidi nel cogliere la rivoluzione dello smart working. I più recenti dati Eurostat, che si riferiscono al 2018 e che includono le varie forme di lavoro dipendente da casa, vedono in vetta Paesi Bassi e Finlandia, con l’Italia sotto la media e dietro a tutti i grandi Stati europei. Il primato olandese non stupisce, perché i Paesi Bassi sono stati tra i primi a introdurre nel 2016 modalità di lavoro flessibile con il “Flexible Work Act” (ispirato alla pionieristica “Flexible Working Regulation” britannica del 2014) e soprattutto si sono rivelati molto rapidi nello sperimentare assieme alla Scandinavia nuovi modelli organizzativi “smart”. L’Italia ha però recuperato molto terreno durante il lockdown imposto dal coronavirus.

 

5. Il boom in Italia durante il contagio

Secondo stime dell’Osservatorio Lockdown di Nomisma-Crif, l’emergenza Covid-19 ha costretto a lavorare da casa quasi due milioni di persone: il 9% degli occupati ha trasformato la propria abitazione in ufficio, con il 56% che vorrebbe continuare a lavorare in modo “smart” anche a fine lockdown, almeno per alcuni giorni al mese. La pandemia ha insomma quasi quadruplicato i numero dei telelavoratori, con lo studio di Nomisma-Crif che sottolinea come sia stato sperimentato in larga scala “un nuovo modo di lavorare fatto di strumenti digitali e innovativi accelerando un processo organizzativo e formativo che in tempi normali avrebbe richiesto anni”.

 

6. La crescita prevista dopo la fine dell’emergenza

Anche se con qualche difficoltà dovuta all’emergenza (il 33,8% degli italiani non ha pc o tablet e il 18% dei nuovi smart worker ha dovuto acquistare device digitali), l’esperienza dello smart working è destinata a crescere anche nella Fase 2, arrivando secondo stime dell’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano a coinvolgere tra sei e otto milioni di lavoratori. Anche perché fino al 31 luglio, data in cui dovrebbe terminare lo Stato di emergenza in Italia, tutti i dipendenti del settore privato con almeno un figlio entro i 14 anni avranno diritto al “lavoro agile” anche senza gli accordi individuali previsti dalla legge 81/2017 (ovviamente a patto che lo smart working sia compatibile con le caratteristiche della loro prestazione). Nulla sarà più come prima: il telelavoro rappresenterà una misura di prevenzione indispensabile per evitare una seconda ondata di contagio, ma contribuirà anche a trasformare l’assetto delle nostre organizzazioni di lavoro dando spazio a tecnologia, flessibilità, autonomia, responsabilità e fiducia.

 

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