Chi sono i creditori del nostro Paese?

 

Chi sono i creditori dell’Italia, ossia coloro che hanno acquistato il nostro debito pubblico? Abbiamo già visto, in un precedente articolo, come l’Italia abbia il terzo maggior debito pubblico mondiale in proporzione al Pil, dopo Giappone e Grecia (dati Fondo Monetario Internazionale): alla fine del 2017, ammontava a oltre 2.256 miliardi di euro contro i circa 2.219 del 31 dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 del 2014 (dati Banca d'Italia). Vediamo ora chi presta questa montagna di denaro alle amministrazioni pubbliche italiane per garantire ai cittadini del nostro Paese sanità, istruzione, sicurezza e in generale ogni tipo di servizio pubblico.

 

Chi possiede il debito pubblico italiano

Oltre un terzo del debito pubblico italiano è in mani straniere: per la precisione il 36%, secondo i più recenti dati di Bankitalia. Una percentuale enorme rispetto al 1988, quando la quota di debito nazionale posseduta da soggetti esteri era appena il 4%, a riprova di quanto fosse poco appetibile la “carta” italiana ai tempi della lira e della scarsa disciplina di bilancio.  Ma allo stesso tempo la quota di debito pubblico del nostro paese in mani estere è, attualmente, di molto inferiore a quella dell’inizio degli anni duemila, quando, sull’onda dell’ingresso italiano nell’eurozona, la percentuale di debito in mani estere aveva toccato il 60%. È  invece cresciuta la quota di debito pubblico posseduta dalla Banca d’Italia in virtù del “Quantitative Easing”, il programma di acquisto di titoli deciso dalla Banca Centrale Europea e avviato nel marzo 2015. A fine 2016 via Nazionale possedeva il 14,5% del debito pubblico (in aumento di 5,3 punti percentuali rispetto al dicembre 2015), mentre erano diminuite le quote delle famiglie (di 0,1 punti, al 6,2%), delle banche (di 0,9 punti, al 17,8%), delle assicurazioni (di 0,6 punti, al 15,8%) e degli altri detentori, principalmente intermediari finanziari  (di 1,4 punti, al 6,8%) (dati Banca d'Italia). In discesa di 2,2 punti percentuali anche la quota degli investitori esteri.

 

Figura 1: Titoli pubblici italiani: ripartizione per categoria di detentore (1) - Valore percentuali

Fonte: Banca d'Italia, Conti finanzari e stime basate su dati Assogestioni

(1) Quote calcolate su dati ai prezzi di mercato e al netto dei titoli detenuti dalle Amministrazioni pubbliche italiane. I dati sono relativi a un sottoinsieme dei detentori.
(2) Titoli detenuti da investitori esteri al netto di quelli detenuti dall'Eurosistema (esclusa la Banca d'Italia) e da gestioni e fondi comuni esteri riconducibili a risparmiatori italiani.

 

E gli italiani? Rispetto al 57% del lontano 1988, scopriamo che la quota di debito pubblico direttamente acquistata dai cittadini italiani è crollata a poco più del 6%, anche se in realtà i risparmiatori ne possiedono indirettamente una quota ben superiore attraverso i conti deposito bancari, i fondi comuni o le polizze assicurative. Non a caso, è in grande aumento la fetta di debito in mano a fondi e assicurazioni (dal 4% del 1988 è passata al 19% attuale).

 

Figura 2: Trent'anni di debito pubblico

Fonte: Banca d'Italia

 

La vita media del debito pubblico si allunga (ed è un bene)

Anche il debito pubblico ha una vita media che si allunga, in parallelo con quella degli italiani. E questo è indubbiamente un bene, perché più il debito è a lungo termine e meno subisce gli scossoni di crisi temporanee come quella del 2011. Come spiega una ricerca di Prometeia, il clima di fiducia legato al Quantitative Easing deciso dalla BCE ha permesso di ridurre le emissioni di debito a breve termine e di aumentare quelle a lungo termine, con il risultato che la vita media residua del “fardello” è oggi di 7,4 anni (contro il minimo di 6,77 anni dell’estate 2014). Ma si può fare di più: secondo Prometeia, basterebbe un ulteriore allungamento di circa due anni della vita media del debito per arrivare quasi a dimezzare le emissioni lorde annue. Il problema è che non si tratta di un’operazione semplice.

 

Figura 3: Evoluzione della vita media del debito e della componente titoli

                                                                                                                                                                                      

Fonte: Banca d'Italia e MEF

 

Grazie all’euro la spesa per interessi è scesa

L’entrata dell’Italia nell’Eurosistema ha permesso di abbattere la spesa necessaria per “pagare” gli interessi a chi presta denaro al nostro Paese: da oltre il 12% del Pil di inizio anni Novanta, la spesa per interessi è scesa infatti al 4% attuale (dati Banca d'Italia).

 

Figura 4: Il costo degli interessi rispetto al Pil dal 1995 al 2016

Spesa per interessi passivi dello Stato italiano in percentuale del Prodotto interno lordo


 

Fonte: elaborazione dati Banca d’Italia

 

Come sottolinea la Banca d’Italia, nonostante il debito pubblico italiano continui ad aumentare, la spesa per interessi nel 2016 è calata per il quarto anno consecutivo (del 2,6%, a 66,3 miliardi; era scesa in media del 6,6% all’anno nel triennio precedente). Questo per merito “della riduzione dei rendimenti sui titoli di nuova emissione indotta dalle misure di politica monetaria”, ossia del Quantitative Easing deciso dalla BCE.

 

I consigli del gestore: quale fetta del proprio portafoglio investire in titoli di Stato italiani?

La recente volatilità sul mercato dei titoli di Stato ha parzialmente riacceso i timori sul rischio di credito sovrano nell’Eurozona, sopiti grazie al Quantitative Easing della BCE. Considerando il netto miglioramento dei fondamentali* (sia Italiani che globali) è lecito porsi delle domande sull’allocazione dei BTp in un portafoglio obbligazionario. «L’analisi del rischio di mercato suggerisce sicuramente un peso inferiore rispetto alla quota dei Titoli di Stato Italiani contenuta nell’indice sovrano Euro (circa il 23%)» spiega Alessandro Tentori, CIO di AXA IM Italia. D’altro lato « il rendimento medio dei bond governativi Italiani è circa il 2,6% – aggiunge Tentori – un “cuscino” molto superiore a quello di Paesi come la Germania (0,4%), la Francia (0,75%) o la Spagna (1,45%). Gli investitori più avversi al rischio possono comunque considerare le scadenze brevi, per esempio il due anni allo 0,75%». (dati Markit Group Limited).

 

*Variabili economiche che determinano lo stato di salute di un mercato o di un intero sistema economico e, in particolare, il livello dell’attività e dei prezzi nel medio e nel lungo periodo.

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